ELENA

“Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah” (Giuntina) è un libro che racconta la storia unica di una bambina che si sarebbe persa nel vortice della Shoah. L’autore, Fabrizio Rondolino, lo ha presentato giovedì 4 dicembre 2025 in videoconferenza dialogando con Nicoletta Fasano. L’ incontro è stato organizzato dal Polo Cittattiva Astigiano Albese – I.C. S. Damiano d’ Asti, Museo Arti e Mestieri di un Tempo e Comune di Cisterna d’ Asti, Generali Italia spa - Agente Mario Cielo, Canale (Cn), Israt, Gruppo di Studi Ebraici, Libreria "Il Pellicano" e Aimc di Asti.


Fabrizio Rondolino ha lavorato a Roma come funzionario del PCI, cronista politico e consigliere per la comunicazione, prima di trasferirsi nella campagna sabina. Ha pubblicato due romanzi, due raccolte di racconti e alcuni saggi.
Nicoletta Fasano è una storica, ricercatrice, direttrice dell’ Israt.
Bruna Laudi ha portato i saluti del Gruppo di Studi Ebraici di Torino di cui è presidente, tra gli organizzatori dell’incontro sottolinenando di essere molto emozionata perché alcune persone citate nel libro fanno parte della sua famiglia.
Ricucire le storie di chi ha vissuto gli anni terribili della Shoah non è sempre semplice. Molte famiglie sono state sterminate e non è rimasto nessuno a raccontarle. Per sottolineare questo, aprendo l’incontro, Nicoletta Fasano ha evidenziato una citazione di Natalia Tedeschi, sopravvissuta, che si trova nel libro. Lamentava il fatto che, per anni, nessuno aveva chiesto cosa fosse successo perché nessuno aveva voglia di ascoltare. L’interesse è arrivato molto dopo, quando forse era già troppo tardi perché tanti ormai erano morti e la memoria non era più quella di prima. Così tantissimo è andato perso in anni di silenzio. A questo si aggiungeva il rimpianto di non conoscere tante cose della propria famiglia ma, purtroppo, non c’era più nessuno a cui chiedere. Fare memoria è un esercizio formidabile perché ci sono poche parti certe tra un vuoto e l'altro: una breve testimonianza, una citazione, una data, la valutazione di un registro, una lettera. Sono i fotogrammi, a volte le riprese e sequenze, di un lungometraggio andato perduto e di cui tuttavia possiamo ricostruire e dunque anche ricordare la trama.
Il libro di Rondolino, come ha sottolineato Fasano, è ricco di vuoti ma anche di vita. Ma c’è un momento nella vita in cui la spinta al recupero delle radici è stato più forte?
Di certo, con il trascorrere dell’età, questa esigenza si sente ma non solo.
“La nostra memoria è selettiva: ci sono cose che si attaccano, altre scompaiono. In questo caso, la storia di Elena e dei suoi genitori di Sandro di Wanda c'è sempre stato in famiglia. Ho sempre saputo che un fratello della nonna era stato deportato con moglie, figlia e non sono più tornati. Però, da buoni piemontesi, c’era una certa ritrosia a dimostrare le proprie emozioni. Poi ho avuto la fortuna di conoscere la signora Piera Villotti che non ringrazierò mai abbastanza. Mi aveva contattato per la posa delle pietre d’inciampo. La sua mamma aveva conosciuto questa famiglia poi deportata. La deposizione delle pietre richiede l’approvazione di un discendente e, tramite gli archivi della comunità ebraica, era comparso un legame tra i Colombo e me. Non vorrei usare parole grosse ma è una sorta di segno del destino che mi ha indotto a provare a trovare i legami con questo zio perduto di cui sapevo qualcosa ma non molto. Ho scoperto soprattutto l’unicità di questa storia: Elena è l’unica bambina italiana deportata senza la famiglia. Quindi, purtroppo, partita per il campo di sterminio senza neppure il conforto della loro presenza” ha detto Rondolino.
Elena viene arrestata con la famiglia poi i genitori sono subito avviati al campo di sterminio mentre la bambina viene affidata a degli amici, gli stessi con cui avevano festeggiato l’8 settembre. Per tre mesi rimane con loro e poi, ma questo è un mistero, viene di nuovo arrestata. Percorre l’ultimo tratto della sua vita in assoluta solitudine. È l'unica bambina italiana a cui succede tutto ciò. Ha 10 anni quando viene arrestata. Tutto ciò è stato uno stimolo profondissimo per proseguire le ricerche.
“Questo esercizio della memoria che cos'è se non la ricostruzione della vita indipendentemente dalla Shoah con i suoi sei milioni di morti, un numero che può anche non significare niente. Ogni vita individuale è unica per quanto simile a tutte le altre. Sandro, Wanda e Elena non avevano fatto niente di niente in particolare. Tuttavia ricostruire la memoria della loro vicenda individuale è importante laddove il nazismo faceva il contrario. Allora io, in qualche modo, ho tentato di fare percorsi diversi. Ho trovato anche fotografie, cartoline” ha proseguito Rondolino.
Infatti, come accade anche nei casi di persone scomparse da decenni, fare memoria è come dare loro un luogo dove riposare attraverso un ricordo non generico ma sostanziale.
Come ha evidenziato Fasano, il libro ha richiesto tempo e calma per essere scritto.
L’autore ha spiegato che tutto ciò è stato dovuto a molteplici fattori: il suo metodo di lavoro, la pandemia che in parte ha ostacolato le ricerche (e in parte le ha agevolate non essendoci troppe persone negli archivi) ma anche la necessità di andare con un passo lento per raccontare uno sterminio senza spettacolazzarlo, nella convinzione che la testimonianza sia l’unico pilastro per la conoscenza. Ovviamente si deve essere consapevoli che non conosceremo mai effettivamente tutto ciò che è accaduto perché ogni forma di conoscenza è anche una forma di esperienza: si immagina o ho si è vissuta.
La Shoah, invece è l’inimmaginabile che fa scivolare le persone da una vita perfettamente normale alla follia che non è possibile neppure descrivere. Primo Levi è riuscito a dare voce a tutto questo.
Il lavoro di ricerca dell’autore ha scavato anche all’interno delle testimonianze dei deportati alla ricerca di qualcosa che potesse essere collegata alla storia della famiglia Colombo.
Si tratta di un’esperienza che ha bisogno di essere assimilata, di sedimentarsi perché ogni storia è individuale e non bisogna ammassarle nella memoria. Questo tempo lento, però, ha fatto ritornare Rondolino alle sue radici ebraiche. La nonna, convertita al cattolicesimo per sposare il nonno, aveva sempre mantenuto le tradizioni ebriache pur essendo una donna sostanzialmente laica.
Nel libro si parla, ad esempio, di un meraviglioso dolce, il brassadel che si preparava per il purim, il carnevale ebraico. È una ricetta un po’ complicata e la nonna, tutti gli anni, chiamava a rapporto le nuore per prepararlo dando istruzioni visto che non sapeva cucinare. Quindi un rapporto con l’ebraismo è sempre stato presente in famiglia ma la stesura del libro è stata l’occasione per riprendersi, in modo più profondo, questo legame.
Nel libro, come ha sottolineato Nicoletta Fasano, si ricostruisce la vita cittadina tra gli anni ‘20 e ‘30. Appare evidente che gli ebrei fossero profondamente integrati. Spesso, infatti, si parla di ebrei italiani ma dovrebbe evidenziare il fatto che fossero, in questo caso, prima di tutto italiani, piemontesi, torinesi e poi ebrei. In questo contesto, le Leggi Razziste ebbero un impatto dirompente nella comunità. All’ improvviso si era considerati diversi, stranieri pur essendo spesso i discendenti di chi aveva combattuto per la costruzione del nostro Paese a partire dalle guerre risorgimentali.
“Potrei definire la mia famiglia come afascista. Infatti non erano legati ai nomi dell’antifascismo torinese in cui la presenza ebraica era amolto forte. Erano persone normali con un legame strettissimo con il territorio. In Piemonte i Colombo erano arrivati nel 1500. Erano quindi ebrei molto poco erranti perché, partiti dalla Francia, erano arrivati a Fossano e poi a Torino senza muoversi più. Una piemontesità lunga cinque secoli e un legame fortissimo con la corona che, con Carlo Alberto, aveva dato i diritti civili agli ebrei. Proprio per questo gli ebrei del regno sabaudo avevano partecipato con entusiamo alle guerre risorgimentali per dare le stesse prerogative agli ebrei di tutta Italia. Con la stessa energia parteciparono alla prima guerra mondiale. Lo stesso Sandro vi aveva preso parte con un fratello che purtroppo era morto. Dunque il legame con la patria, espresso attraverso quello con casa Savoia, era fortissimo. Tutto ciò mi fa immaginare quanto sia stato devastante il giorno in cui, nel 1938, Sandro scopre su La Stampa che sua figlia non potrà più andare a scuola. È la figlia di un soldato di sua maestà, nipote di un caduto nella prima guerra mondiale ma questo non basta. È un trauma indicibile ma non vale soltanto per gli ebrei perché a Torino vale un po' per tutti. A questo proposito, mi ha sempre molto colpito quando, al referendum costituzionale, la città voterà compatta per la nascita della repubblica. Rispetto al rapporto con la politica dei Colombo, c'era un cugino , Federico Terracini, che era stato camicia nera, volontario in Africa. e la sua parabola è emblematica perché, da quel che ho saputo, ogni tanto a tavola minacciava di denunciare anche i parenti. Da questo, forse, si evince che la famiglia non fosse così affascinata dal regime pur non partecipando apertamente a gruppi organizzati. Federico Terracini, dopo le Leggi Razziste, è estromesso dal partito. Così, non appena possibile, andrà in montagna dove si unirà ai partigiani. Morirà durante un episodio che non è mai stato chiarito bene” ha detto Rondolino.
La ricerca è stata accompagnata da ricognizioni nei luoghi che hanno ospitato la fuga dei Colombo e qui, grazie all’aiuto di ricercatori locali, sono riuscito a conoscere una signora la cui madre aveva conosciuto Elena. Queste persone si sono attivate anche per permettermi di ritrovare la baita in cui erano sfollati.
Rispetto ad Auschwitz, invece, l’autore aveva pensato di compiere lo stesso viaggio dei Colombo ma poi si è convinto che non fosse essenziale. Aveva visitato questo luogo da ragazzo insieme al padre. Allora questo posto era terribilmente grigio, poco curato e dava l’impressione che fosse tutto molto recente.
“Mio padre mi diede una kippaq e mi chiese se volevo indossarla anche io perchè disse che quello era il cimitero ebraico più grande del mondo. Però non volle andare a Birkenau e così non visitammo il campo di sterminio. Mi sono chiesto se sia necessario andare in questi luoghi o, come dice Cavaglion, sia meglio restare sulla soglia e cercare di ricostruire il passato. Ma questa è un’opinione strettamente soggettiva” ha precisato Rondolino.
Nicoletta Fasano, parlando delle emozioni provate leggendo il libro, ha detto di aver colto moltissime connessioni relativamente a molte delle persone citate nel libro che si intrecciano con le storie che ha ricostruito nel corso delle sue ricerche storiche sugli ebrei rastrellati ad Asti.
“Ad esempio, parli dei Sacerdoti immaginando che abbia “adottato” Elena a Fossoli. La stessa famiglia è stata arrestata ad Asti e i nomi compaiono sulla lapide che li ricorda. Sembra che ci siano presenze di vita che chiedono di essere ricordate e raccontate e questo mi dà forza per trovare altre connessioni” ha detto Fasano.
Lo stesso stupore l’ha provato Rondolino recuperando una serie incredibile di informazioni grazie alla sua ricerca ma, sicuramente, le connessioni non sono finite. Infatti gli ebrei erano pochi sul territorio e anche imparentati. Tra queste storie ci sono anche quelle di chi si è ritornato o di chi, come lui, è nipote e figlio di chi è riuscito a sfuggire dalla Shoah.
“In questo crescere e moltiplicarsi, c’è anche il ricordo. Tutto il pensiero ebraico è sotteso tra l’ancoraggio e il ricordo: è la prospettiva messianica. Il messianesimo non vede la necessità di qualcuno che arrivi a sistemare le cose ma è un orizzonte sempre aperto, un futuro che deve essere ancora scritto. È una libertà infinita che permette di scegliere avendo, alla base, un ricorso che è ancora e radice. D'altronde la memoria è un motore di vita straordinario, è il fondamento delle nostre vite” ha sottolineato l’autore.
Nel libro è sottolineata una cosa molto apprezzabile. L’autore non ha voluto attribuire delle emozioni, delle sensazioni a questa bambina. C'è scritto ed è sottolineato che quello che è stato scritto si basa su ciò che è stato trovato. Non si è voluto andare oltre immaginando come si sia sentita, perché come ha detto l’autore, non si è sentito di attribuirle sensazioni ed emozioni inimmaginabili.
Il libro, inoltre, è corredato da un ricco apparato bibliografico che lo rende un utile strumento per le persone interessate ad approfondire questo argomento.
Un libro che, come ha ripetuto Fasano, è dei forse e ciò è ricco di delicatezza e rispetto nei confronti dei protagonisti di questa terribile vicenda.
L’autore ha precisato che, nel periodo fluido della post verità che stiamo vivendo, era essenziale che fosse presente un rimando a una documentazione e non solo le emozioni e le sensazioni che sono momentanee. Al contrario, la storia raccontata si basa su fatti solidi, ciascuno dei quali è documentato. Primo Levi. Primo Levi lo diceva esplicitamente parlando con gli alunni: questo è accaduto.
Un altro un'altra parte importante del libro è quella che ricorda Terracini, ebreo fascista come tanti altri italiani per poi passare dalla parte partigiana. Non sempre si raccontano queste storie.
“Elena era cugina di mio marito, Davide Terracini, che si è interrogato molto sulla vicenda del partigiano Terracini (anch’esso parente). Ricorda che in famiglia non se ne parlava mai. Ci sono stati molti partigiani ebrei ma, per anni, non si è mai approfondito questo argomento. Rispetto alla al fascismo, non era stato l’unico ad aver aderito entusiasticamente. al saffarcismo. Purtroppo, ancora oggi, molti rappresentano il mondo ebraico come un monolite in cui tutti sono appiattiti sulla stessa posizione. In realtà, all’interno della comunità, c'è una vivacità enorme che non appare all’esterno. Probabilmente perché, forse, è molto più facile inquadrare tutte le persone in una scatola perché così è più semplice farle diventare un bersaglio” ha detto Bruna Laudi.
Ritornando all’ antisemitismo, oggi sembra che questa fiamma, mai veramente spenta, si stia riaccendendo. Rispetto agli ultimi episodi, Rondolino ha detto che, dopo il 7 ottobre, per gli ebrei è sempre più difficile rendere pubblica la loro appartenza ebraica anche solo indossando una kippaq. Spesso si sceglie di non indossarla oltre ai limiti abbastanza sicuri dei ghetti nelle città. È difficile immaginare che un mondo perfettamente normale fino a poco tempo fa, ritorni questo clima ma purtroppo è così.


Giovanna Cravanzola

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