ERO L'UOMO DELLA GUERRA

Vito Alfieri Fontana ha presentato “Ero l'uomo della guerra: La mia vita da fabbricante di armi a sminatore” (Laterza) mercoledì 26 novembre 2025 in videoconferenza. Ha dialogato con Nicoletta Fasano. L’incontro è stato promosso da Polo Cittattiva per l’Astigiano e l’ Albese– I.C. di S. Damiano d’Asti, Museo Arti e Mestieri di un Tempo e Comune di Cisterna d’ Asti, Generali Italia spa - Agente Mario Cielo, Canale (Cn), Israt, Libreria "Il Pellicano" e Aimc Asti.


Vito Alfieri Fontana è ingegnere elettrotecnico e dagli anni ‘70 fino al ‘93 è stato la mente della Tecnovar Italiana di Bari, specializzata nella produzione di componentistica militare, in particolare mine antiuomo e anticarro. Dopo una lacerante conversione personale, ha aderito alla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine, fino ad andare nei Balcani dove dal ‘99 al 2016 è stato capo missione di diversi progetti umanitari di sminamento, prima con l’Ong Intersos e poi con la cooperazione italiana.
Nicoletta Fasano è storica, ricercatrice, direttrice dell’ Israt quest’ultima ha associato alla parola silenzio il libro di Vito Alfieri Fontana perché toglie le parole e fa riflettere. Un libro che potrebbe essere regalato come un segno
Silenzio, è questa l’associazione che ha provocato in Nicoletta Fasano questo libro che lascia senza parole, invita a riflettere e dovrebbe essere regalato come segno di pace. Ma per comprendere da dove tutto ha avuto inizio, è stato fondamentale chiedere cosa fosse la Tecnovar.
“Era la mia casa quando ero adolescente. Mio padre ci passava tutti i giorni della sua vita festivi compresi. È stato lui a dare inizio a tutto come ingenere elettrotecnico e poi specializzato nello stampaggio materie platiche. A seguito di gare pubbliche dell' Esercito italiano, l’azienda inizia a realizzare contenitori di plastica di mine anticarro. Erano le vecchie mine della Seconda guerra mondiale. Partecipavano ditte come Pirelli, Fiat e, tra tanti lotti, ce ne aggiudicammo noi inventando un nuovo contenitori. Poi, da semplici realizzatori, siamo diventati progettisti. Proseguivamo anche altri lavori ma, da subito, il profitto militare arriva a 200/300% di una fornitura civile e, alla fine, divenne la nostra fabbrica si specializzò in questo: mine anticarro e poi antiuomo. Il giro di esportazione divenne in breve importante: 2 milioni e mezzo come esportazione e 8 milioni per l’esercito italiano. Cifre notevole anche se, rispetto ad altri produttori, rimanevamo una piccola ditta ma era incredibile. Quante mine prodotte!” ha detto raccontato Alfieri Fontana.
Il compito del progettista è fermare il soldato nemico che, equipaggiato e pesante, se calpesta l’ordigno salta per aria: all’inizio avrebbe dovuto esplodere con la pressione di 40 kg ma, poi, si stabilì che fossero necessari solo 6 kg. Alla fine, la vittima non è più il soldato ma tutto ciò che striscia o cammina al di sopra del terreno dove è stata sistemata la mina antiuomo.
“Facevamo notare che 6 kg era il peso di un bimbo molto piccolo ma rispondevano che questi erano gli effetti collaterali e, così, noi facevamo quello che ci dicevano. Quando si progetta un'arma si sente lo strano sentimento di esercitare potere su qualcun altro. Era proprio così. Fai come il gatto con il topo. Si lavorava per soldi anche se si diceva di fare queste cose con sofferenza ma non era così” ha proseguito Alfieri Fontana.
Come ha sottolineato Fasano, citando alcuni brani del libro, le mine sono soldati perfetti che non mangiano, non dormono e fanno continuare la guerra anche quando è finita. Sono i guardiani di bosce e case dove non si può più entrare senza una bonifica.
Queste armi terribili, inventate dai tedeschi durante il 1° conflitto mondiale, sono diventate poi un mezzo comune di condurre la guerra. In realtà, la loro presenza deve essere indicata su mappe da consegnare all’avversario al termine delle ostilità. Però, dalla guerra di Corea il loro utilizzo è diventato uno strumento di vendetta. Si inizia facendo strage di nemici e, prima di andarsene, si mettono mine nelle case, nelle sorgenti, nei campi, nei trasformatori di energia elettrica, addirittura dentro le stufe a legna o anche collegate all’elettricità nelle residenze civili. Sono quindi armi di vendetta o di una guerra che non segue i canoni classici: non c’è più un motivo per bloccare il nemico ma si cercano tutte le strategie per rendergli la vita invivibile.
L’Italia era rinomata per la produzione di mine che funzionavano in ogni clima. Durante la guerra tra Iran e Iraq, Saddam Hussein ne aveva ordinate decine di milioni essendo un appassionato di questo tipo di ordigni. Si era rivolto a un’altra ditta italiana che, quando fu bloccata la produzione sul nostro territorio, spostò la ditta a Singapore.
“Questo lo so da un collaboratore di Saddam. Quando dicemmo al capo che le mine non sarebbero più arrivate dall’ Italia, rispose che bastava che profumassero di italiano. Aveva un’idea terribile della guerra Saddam Hussein. In Kurdistan usò gas contro un’intero popolo. Le mine italiane erano persistenti: le altre si disattivavano dopo due o tre anni ma le nostre rimanevano attive per sempre” ha detto Vito Alfieri Fontana.
Ma l’interesse per questo tipo di ordigni e per tutto ciò che riguarda la guerra non si è mai sopito tanto che Idex (International Defence Exhibition and Conference), è la principali fiera di questo settore a livello mondiale. Si svolge ad Abu Dhabi nel deserto ed è qualcosa di incredibile: i partecipanti impazziscono letteralmente di fronte a quelli che sembrano dei giocattoli – quando sono armi terribili - che lanciano dal vivo (missili antiaerei che colpiscono bersagli veri, carriarmati che sparano) in momenti di esaltazione collettiva. Si vende qualsiasi cosa possa essere utile per la guerra come si fosse parte di una stessa famiglia e non ci sono problemi di esportazione o scioperi.
Questa storia, però, a un certo punto prende una vita diversa. A inizio anni ‘90, Vito Alfieri Fontana affronta un percorso di crisi interiore e di revisione totale della propria vita. È un duro momento di passaggio che porta Vito Alfieri Fontana ad essere quello che è oggi. Scelte morali, un dissidio interiore molto intenso che, dopo diversi tentativi di riconvertire l’azienda, lo portano alla sua chiusura. Nonostante le molte promesse, infatti, è praticamente impossibile ottenere delle commesse civili e, come imprenditore responsabile dei propri dipendenti, tutto ciò viene anche assunto come la colpa di non essere in grado di portare a termine un cambiamento così importante. Però l’imperativo categorico interiore pretende un cambiamento copernicano ma entrare nel cosiddetto “mondo dei buoni” non è affatto semplice e scontato: il pregiudizio è duro da rimuovere e non bastano le buone intenzioni, la chiusura della ditta.
Il primo capomissione a cui doveva presentarsi Vito Alfieri Fontana all’inizio della sua attività di sminatore, finge di andare in un’ altra stanza e poi dice ad alta voce che uno come lui è morto dentro. Tutto diventa davvero pesante e complicato da sopportare ma, pensando al problema delle mine, non gli importa cosa dicono di lui. Deve continuare su questo nuovo sentiero. Pur essendo competenti per questo nuovo compito, all’ inizio l’unica immagine che gli altri hanno di lui è quella del cattivo, del male assoluto.
“È difficile fare la pace perché si fa nemici. Io non mi sono offerto per questo compito, sono stato chiamato da Nicoletta Dentico, la responsabile italiana della Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel per la Pace 1997. La prima telefonata che mi fece fu costellata da cortesi insulti ai quali io rispondevo senza nascondermi. A poco a poco, ha iniziato a tirarmi dalla loro parte. Poi ci sono stati Gino Strada, don Tonino Bello e tanti altri. Nicoletta mi cerca, io aggiungo puntualizzazioni tecniche per i loro documenti e, poi, dalla teoria, la sua organizzazione mi invita ad andare sul campo. Nella pratica, lo sminatore militare deve aprire dei varchi per le truppe, quello civile deve effettuare il suo lavoro per ridare vita a una comunità. A volte queste strade si incrociano e altre divergono. Quando di arriva in una zona da sminare, occorre organizzarsi in modo da coordinare le operazioni. Dopo aver visionato le carte, si mandano decine di persone sul territorio per definire le priorità: prima le case, le aziende o le infrastrutture?. Si mappano e si studiano le aree sospette e pericolose. Tutto ciò è regolato da procedure molto precise. Poi ci sono campionamenti statistici e l’area da bonificare si riduce dell' 80%. Infine si mandano uomini, cani e robot per lo sminamento. I cani ci hanno consentito di aumentare velocità del lavoro. Oggi sono gli esseri umani a controllare cani e robot e le operazioni sono molto più sicure e rapide perché il tutto è organizzato come fosse un cantiere di bonifica civile. Gli sminatori lavorano per corridoi: se sentono dei rumori, si fermano e vedono di capire di cosa si tratta. È poi l'artificiere che fa brillare le mine. Invece lo sminatore militare, blocca tutto e agisce. È gente con molto coraggio. Nell’ambito dello sminamento civile, occorrono persone con molta paura. Ho ho impiegato vent’ anni a capire tutto questo” ha precisato Vito Alfieri Fontana.
L’immagine che più rappresentativa è quella di due contadini che, aiutandosi con degli assi, fresano il terreno. È il senso sel ritorno che, purtroppo, è molto spesso affidato agli anziani che non dovrebbero dedicarsi a questi lavoro. A loro è dato il compito di riprendere il possesso della casa mentre i figli, molto probabilmente, sono fuggiti dalla guerra e non ritorneranno più. I vecchi, invece, rimangono. Troveranno il modo, testardamente, di campare sulla loro terra. La terra sminata è generosa perché, a causa delle mine, non è stata coltivata per molto tempo e può essere riconvertita all’agricoltura biologica. È necessario, per portare la pace, far ripartire l’economia e dare modo a chi è sopravvissuto di riprendere la propria vita.
Tra tutte le esperienze che ha vissuto, la più dura è stata quella sulla collina dei cecchini a Sarajevo. Lì decidevano chi viveva e chi moriva. Tanti ragazzi sono andati all’assalto armati solo di coltello e tutti venivano ammazzati tutti. Li facevano correre verso i campi minati o sparavano. È rimasto un cimitero alla base della collina, centinaia di morti ed è lì che la commozione è più forte. Quando ne parli con i ragazzi di allora, sopravvissuti all’eccidio, piangono. Il loro dolore si sente forte, un grido interiore che urla contro quelle inutili morti. Una nazione distrutta per una guerra inutile alla quale si ha la consapevolezza di aver contribuito.
Oggi la più grande fabbrica di armi del Medio Oriente sono Egitto e il Pakistan. Sono loro a portare avanti la guerra in Ucraina. L’Egitto è un partner riverito e temuto. È una meta che consideriamo solo turistica ma l’esportazione di armamenti è la prima voce nella loro economia.
Nei pressi dell’aeroporto della capitale, c’è una fabbrica di armi e gli aerei caricano direttamente su una pista dedicata.
Oggi la nuova minacciaviane dall’ I.A. con armi autonome senza bisogno di comandi. In Ucraina sono già arrivate di sicuro. La tecnologia militare è di trenta, quarant’anni avanti rispetto a quella civile.
“I compensi come sminatore sono minimi. Con la mia famiglia siamo arrivati fino alla fine. Con i contributi versati dall’azienda militare, copro il 95% della pensione. Con quelli versati nei vent’anni da sminatore, ricevo 60 euro al mese. Tanti che hanno dato anima e corpo per questo lavoro si trovano a dovere vivere senza una pensione dignitosa pur lavorando in mome dell’ Italia. Comunque lavorare per la pace non è poco ma non si può fare un bilancio. Avrei voluto fare ancora di più ma ora non posso più farlo” ha concluso Vito Alfieri Fontana.
Giovanna Cravanzola

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