I MITI POLITICI DI PLATONE

Giovedì 6 novembre con “I miti politici di Platone – 1° incontro” sono riprese le videosofie con Alberto Banaudi organizzate da Polo Cittattiva Astigiano Albese – I.C. S. Damiano, Museo Arti e Mestieri di un Tempo e Comune di Cisterna d’Asti, Generali Italia spa - Agente Mario Cielo, Canale (Cn), Libreria "Il Pellicano" e Aimc di Asti.


Il prof. Alberto Banaudi laureato in Lettere Classiche presso l’Università di Torino e quella in Filosofia presso l’Università di Genova. È professore di storia e filosofia al liceo scientifico “Nicola Pellati” di Nizza Monferrato e di letterature classiche all’Utea. Oltre ad insegnare, si dedica alla ricerca filosofica. Da anni, è il protagonista di videosofie sempre molto interessanti e partecipate.
I miti politici di Platone sono uno straordinario strumento di comprensione del mondo.
“Se studiassimo la sola interpretazione tedesca da fine ‘800 de “La Repubblica” di Platone, troveremmo molte cose interessanti. Attraverso il “Mito della caverna”, illustra la sua filosofia e viene interpretato nei modi più disparati: pro e contro la democrazie” ha detto Banaudi.
In esso dice che gli uomini si possono rapprentare come schiavi obbligati a vivere in una caverna e vedere ombre. Essendo nati così, pensano che quella sia la realtà, non ci siano altre possibilità e non si chiedono se esistono. Questa è la condizione in cui Platone si sente di vivere nel momento in cui lo scrive: uomini come spettatori inetti e muti. Si può correre il rischio di passare tutta la vita così. Però Platone dice di immaginare che qualcuno venga liberato, costretto a girarsi verso l'uscita e, accompagnato piano sulla salita, obbligato ad uscire. Nessuno si libera da sé ma sono altri a farlo. Fuori si scopre che ci sono statuette di legno portate da uomini, dietro di loro c'è un grande fuoco ed è così che si proiettano sul fondo della caverna le immagini.
L’uomo uscendo scopre che quel che vede nella caverna non è la verità però, abbagliato dalla luce del sole, sarebbe accecato ed è per questo che non vorrebbe andarsene per davvero fuori. Vedrebbe la pianura, la realtà dove esistono le cose vere e non ombre di statuette, imitazioni del vero. Questo è il percorso del filosofo: costa fatica scoprire la realtà. Significa che passiamo la vita a vedere ciò che i pregiudizi ci fanno vedere: anzichè la realtà solo ombre
Ma il vero problema è chi muove statuette e uomini?
Per Platone il cavallo reale è l’ idea di esso cioè la sua essenza. Secondo la metafisica ontologica, ciò che vediamo sono le copie delle idee che si trovano nell'iperuranio, nella pianura della verità.
Invece il cavallo in carne e ossa è conoscenza empirica. Per conoscerlo, si deve uscire e studiarne l'essenza ma molti si sono affezionati a ciò che vedono nella caverna e le statuette vengono fatte passare come fossero l’unica verità. Eppure la verità è gestita da altri che, oggi, potrebbero essere i responsabili della comunicazione. L'interpretazione diventa quindi sociologica e Platone, invitandoci a uscire dalla caverna, ci insegna a prenderne le distanze. La verità è solo per chi si muove per uscire dalla schiavitù. Chi esce non vuole più tornare indietro se non per spiegare agli altri che dapprima lo canzonerebbero. Successivamente, però, rischierebbe anche di fare anche una brutta fine perché darebbe fastidio agli altri: una sorta di primo eretico che finisce bruciato al rogo. Attraverso questo mito, Platone sta rinarrando la storia di Socrate. È il mito dell'educazione e della scuola che deve liberare facendo uscire gli uomini dalla caverna, anche solo per un breve tratto.
E-ducere, infatti, significa tirare fuori dalla caverna che, per alcuni, rappresenta l'utero materno, dove l’uomo si trova al caldo di credenze custodite dal clan, dal paese dove si vive.
“L’educazione – ha proseguito Banaudi – è un atto copernicano proprio per questo: ci induce ad uscire e a cambiare posizione. Al contrario, stare nella caverna crea ideologia. Spesso noi crediamo di vedere la verità ma in realtà non è così. Capire la complessità delle cose è uscire dalla caverna. È un mito politico perché si occupa della politica in due sensi. Il vero politico esce per vedere la realtà e poi per aiutare gli altri. Però il politico è anche quello che muove le statuette e le produce. Alla fine, tutta la filosofia potrebbe essere raccontata attraverso questo mito che in Germania veniva letto a favore o meno dei democratici a seconda dei casi”.
Però ci sono altri miti politici, ad esempio “L’anello di Gige” che si trova nel 2° libro de “La Repubblica”. Per gli uomini comportarsi correttamente è giusto ma se fosse loro possibile, agirebbero diversamente. Platone, facendo parlare Socrate, dice invece che solo comportandosi bene si è felici ma l’ interlocutore cerca di convincerlo del contrario e gli racconta questo mito.
Narra di un pastore che, dopo aver trovato un anello magico che lo rende invisibile, lo usa per sedurre la regina, uccidere il re e usurpare il trono. Questo mito viene utilizzato da Glaucone per sostenere che la giustizia è una convenzione sociale motivata dalla paura delle conseguenze.
Se non fossimo visti e puniti, forse anche noi faremmo la stessa cosa.
Tolkien utilizza questo ma è anche Salvatores nel film “Il ragazzo invisibile”. Platone inventò questo mito in modo geniale. Attraverso l’ anello, Gige, sedusse la regina e, grazie al suo aiuto, uccise il re sposandone la vedova. Per Platone l'uomo compie l'ingiustizia non per il destino ma per libera scelta. La versione di Erodoto, invece, è diversa. Gige è costretto dal re a vedere la moglie nuda. Questa, accorgendosene, obbliga Gige ad uccidere il marito e sposarla o a morire egli stesso. Infatti la donna sostiene che nessuno, oltre a legittimo marito, può vedere la regina nuda. Per questo motivo, secondo Erodoto, Gige deve sottostare a un destino che, a suo avviso, condiziona la vita degli uomini senza permettere loro di essere liberi. Al contrario, secondo Platone, le scelte umane sono libere perché siamo dotati del libero arbitrio.
C’è poi il “Mito di Er”: un soldato è in stato di morte apparente. Per dieci giorni, vaga nell’ oltretomba ma, quando sta per essere bruciato, si risveglia e racconta ciò che ha visto: i buoni sono premiati e i cattivi punti. I buonissimi (filosofi e santi) finiscono su alcune isole e poi si reicarnano. I cattivissimi (i dittatori) rimangono nel fiume Tartaro e non si reincarnano più. Racconta anche che, dopo premi e punizioni, le anime si trovano nella pianura della libertà dove ci sono le tre Parche. Qui si scelgono la loro nuova vita tra tantissime a disposizione. Si viene sorteggiati per sapere il proprio turno ma, vista l’abbondanza, tutti potranno scegliere una vita appagante. Ma allora succede che siamo noi a scegliere la nostra vita e anche i nostri danni o nostri benefici. In altre tradizioni religiose si parla del Karma.
Ad esempio, Achille sceglierà di fare il contadino perché Platone ricorda quello che il guerriero dice ad Ulisse e cioè che preferisce essere l'ultimo contadino che il principe dei morti. Ulisse sceglie invece di starsene tranquillo.
Prima di reincarnarsi, bevono l'acqua del fiume Lete che porta l'oblio e non ricordano più nulla della vita precedente.
Ma chi sceglie la vita del tiranno?
Vuole il potere e dovrà essere disposto a tutto anche ad uccidere persone care ma, pur essendo stato avvisato, dà la colpa agli altri della propria scelta. È uno di quelli che veniva dal cielo. Aveva vissuto in un modo ordinato e comportandosi bene ma solo per abitudine priva di filosofia. Per convenzione e non per convinzione.
Quindi, se si vive correttamente ma non con convinzione, si rischia di fare questa scelta. Il desiderio di avere altro cresce, l'anima si porta dietro ciò in cui ha creduto e che è diventato convinzione profonda.
L’ ultimo mito de “La Repubblica” è “La nobile bugia”. Chi vuole fare politico deve saperlo raccontare. Si tratta del mito dei tre metalli o delle tre stirpi. Nella democrazia si pone sempre la domanda sul perché, se siamo tutti uguali, possiamo accettare che qualcuno non abbia le stesse possibilità degli altri. Ci si inventa, allora, la nobile bugia.
Siamo tutti uguali perché nati dalla terra ma forgiati con metalli diversi. Alcuni sono destinati a fare gli schiavi, altri i guerrieri, altri a operare in altri settori. Quindi abbiamo nature diverse: qualcuno è fatto per governare e altri no. Per non offendere nessuno, i bambini vengono portati in dormitori dove voci ripeteranno loro che è giusta la classe a cui sono stati assegnati.
Nella Divina Commedia, Dante pensa questa cosa. Nell’ ottavo canto del Paradiso, incontra Carlo Martello, fratello di Roberto d'Angiò, destinato a essere un grande re ma morto giovane. È un amico del poeta e amava scrivere poesie d’amore. Il fratello diventa re di Napoli ma non capisce che gli angioini lì non sono amati. Carlo Martello parla del fratello come un re non molto capace e Dante non capisce perché lo dica. Allora Carlo gli spiega che la Provvidenza aveva voluto che avessero caratteristiche diverse. Non tutti hanno la stessa natura ma, a volte, si nasce nella famiglia sbagliata e si finisce a dover fare cose per cui non si è portati.
La scuola, oggi, dovrebbe riconoscere differenze e attitudini.
Dante, a questo proposito, dice che spesso si fa diventare prete chi dovrebbe avere la spada e fare il re chi, al contrario, dovrebbe fare il prete. Tutto ciò determina vite tristi e problematiche poiché le strade che si percorrono non sono quelle per le quali si era destinati.
Giovanna Cravanzola

Associazione Museo Arti e Mestieri di un tempo

Il museo è gestito da volontari, riuniti in una associazione, che si occupano dell’organizzazione delle visite, degli eventi, delle iniziative culturali e della gestione dell’allestimento museale.

Dove siamo

© 2026 Museo Arti e Mestieri di un tempo ODV ETS (p.i.:01017590058)