IMPRONTE

Nino Costantino, in dialogo con Luca Anibaldi, ha presentato “Impronte - 28 escursioni nei luoghi e tra le parole dei testimoni di Nuto Revelli” (Ed. Seb 27) giovedì 20 novembre 2026 al Castello di Cisterna, L’ incontro è stato promosso da Polo Cittattiva Astigiano Albese – I.C. S. Damiano, Museo Arti e Mestieri di un Tempo e Comune di Cisterna, Generali Italia spa - Agente Mario Cielo, Canale (Cn), Libreria "Il Pellicano" e Aimc di Asti.


Nino Costantino, fossanese, già docente di scuola superiore, è studioso di Nuto Revelli e collaboratore storico della Fondazione a lui intitolata, cultore di passeggiate e escursioni in montagna, in questo libro unisce le sue passioni per le storie raccontate da Nuto e per i sentieri e le mulattiere che percorre da sempre.
Luca Anibaldi è tra gli organizzatori delle iniziative del Polo cittattiva per l'astigiano e l'albese, volontario del Museo Arti e Mestieri Onlus di Cisterna d'Asti. Fa parte della rappresentanza sindacale dell'azienda informatica in cui lavora e anche del Direttivo provinciale della Filcams/Cgil dal 2020, ha fatto parte di quello dello Fiom/Cgil dal 2013 al 2019 e vi è tornato nell’ottobre 2023. Nell'introdurre l’ incontro, Anibaldi ha sottolineato di aver conosciuto Nino Costantino a S. Stefano Belbo, una tappa del percorso della Via del Maggiore Hope, per ripercorrere le tracce della strada da lui effettuata a piedi per arrivare fino a Cisterna d’Asti dove avrebbe avuto un compito di coordinamento negli ultimi mesi del conflitto. Si tratta di una tappa descritta nel libro che non è solo una guida solo per escursionisti ma un viaggio tra parole e documenti della vita contadina. Richiama le testimonianze di Nuto Revelli tra “Il mondo dei vinti” e “L'anello forte” ma quali sono per l’autore queste impronte e com’è nata l'esigenza di raccontarle?
“Dopo la pensione ho iniziato a collaborare con la Fondazione Nuto Revelli ed ero intervenuto spesso nelle scuole. Inoltre, già dal ‘77 quando avevo iniziato la carriera di insegnante, ero iscritto al Cai. Ero un camminatore e lo facevo con lo spirito di arrivare alla vetta oltre le baite. Quando ho è uscito “Il mondo dei vinti”, sono andato alla presentazione a Cuneo e mi si è aperto un mondo che non avevo considerato: avevo ignorato tutto ciò che c’era prima di arrivare alla vetta. Questo libro mi ha fatto guardare con un altro sguardo tutto il mondo che c'era prima. Lì aveva vissuto un popolo con un sapere che abitava solo in quel luogo. Nuto sosteneva di aver avuto in consegna il libro dai testimoni perché diceva che aveva imparato molte cose da loro. Da allora, cambiai il mio modo di camminare in montagna. Il mio libro è un debito che avevo con Revelli e che ho cercato di saldare” ha detto Nino Costantino.
Si tratta di un libro che, come ha detto Anibaldi, è composto da 400 pagine dense e, al suo interno, l’autore ha un sempre un atteggiamento riservato esattamente come si poneva Luca Rastello il quale sosteneva che le memorie non servono per celebrare ma per far capire, altrimenti la storia si ripeterà. Costantino a questo proposito, come sostiene anche Petrini, ha sotttolineato che se non capiamo la serventa che andava in Francia, non capiremo mai i migranti e c'è il rischio che queste memorie non diventino qualcosa di utile. Effettivamente la memoria serve quando la si riesce a trasformare nel presente. La molla che ha fatto scattare l'esigenza di Revelli per la sua ricerca, è stata l’imperativo morale verso generazioni di contadini mandati a combattera una guerra che a loro non interessava: quella per la patria. Ubbidivano ma pensavano alla famiglia, alla casa, alla terra. Erano uomini contro la guerra. Nuto aveva instaurato con i suoi soldati un rapporto umano, forte della consapevolezza che gli ufficiali vivevano una guerra diversa da loro. Questi ultimi, al contrario dei primi, erano equipaggiati male. Erano poveri anche in guerra e per Nuto il rispetto e compassione erano sia per i soldati che per i testimoni. Revelli arriva ai due libri citati attraverso due passaggi. Era un giovane che aveva creduto alla guerra fascista ed era stato anche uno sportivo. Diceva che, ai quei tempi, lui e moltissimi altri erano stati fascisti senza capirlo. Nessuno tra loro sapeva cosa fosse l'antifascismo e pochi volevano comprendere per paura. Per questi motivi, quando parte per la Russia, è convintissimo. Voleva essere testimone di come si sarebbe comportato il migliore esercito del mondo, quello italiano. Senza la guerra, non avremmo avuto questo Nuto Revelli che riesce a tornare. È malato ma, soprattutto, vinto dentro e con la consapevolezza che non combatterà mai più per la guerra fascista. Ma non vuole dimenticare e inizia a scrivere. Dopo i primi libri, comincia a far parlare i soldati. Si tratta di contadini buttati allo sbaraglio, segue tutta la sua successiva produzione. Facendo questo, si assume l’onere di raccontare l'abbandono della montagna e per questo occorre ringraziarlo perché è per merito suo che ne è rimasta traccia.
Come ha ricordato Anibaldi, Revelli muore nel 2004 e, pochi mesi prima, riceve la laurea honoris causa. Durante la cerimonia, il suo discorso sottolinea l’ignoranza che le persone come lui avevano attraversato con il fascismo. Quando intervistava le persone, si avvicinava - sempre con delicatezza e tramite un mediatore - alle famiglie, alle case. Non voleva sembrare un invasore cittadino che vuole intrufolarsi nella vita degli altri.
Nel libro, in primo luogo, si danno informazioni e poi seguono le schede.
“Il libro nasce nel 2019 ma era da tempo che volevo dare una sistemazione ai racconti e alle camminate, quelle stesse che, dopo aver letto le testimonianze raccolte da Nuto, acquisiscono un'anima. Ci sono dei paesi che un tempo erano abitati e oggi sono dei fantasmi senza presidio. Io ho voluto dare un senso alla camminata rendendola viva. Quindi ho fatto un lavoro di ricerca sui testimoni per abbinare i loro racconti ai percorsi. Alcuni di questi li ho esclusi perché ormai impraticabili. Daniela Baglioni e Nadia Bigotti sono state fondamentali in questo lavoro. Alla fine, ho introdotto quattro testimonianze del presente. Purtroppo, nonostante tutto, l'alta montagna rimane abbandonata dalla politica. All'epoca di Nuto, forse, si era ancora in tempo ma non c’era – e non c’è - questa volontà politica perché i politici non prendono voti dalla montagna” ha concluso l’autore.

Giovanna Cravanzola

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