UN MONDO DI DOMANDE

“Un mondo di domande. Cosa ci preoccupa di più in questi tempi: fame, guerra, democrazia… noi?” è il titolo dell’incontro tra Gabriele Segre e Nicoletta Fasano che si è tenuto in videoconferenza il 9 ottobre 2025. L’incontro è stato organizzato da Polo Cittattiva Astigiano Albese – I.C. S. Damiano d’Asti, Museo Arti e Mestieri di un Tempo e Comune di Cisterna, Generali Italia spa - Agente Mario Cielo, Canale (Cn), Israt, Gruppo di Studi Ebraici di Torino (GSE), Libreria "Il Pellicano" e Aimc di Asti.

Gabriele Segre è direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, è esperto di temi di identità e convivenza. Specializzato in Politiche pubbliche e Leadership, ha studiato all’Università di Singapore, alla Columbia University di New York e all’Università Cattolica di Milano. Ha lavorato per anni per le Nazioni Unite occupandosi di temi di leadership e riforma dell’organizzazione. Collabora con diverse testate, tra cui La Stampa, Il Sole 24 Ore e tiene una rubrica settimanale su Domani. È l’autore di “La cultura della convivenza. Di cosa parliamo quando parliamo di politica” (2024). Nicoletta Fasano è storica, ricercatrice, direttrice dell’ Istituto per la Storia della Resistenza e nella Società Contemporanea in Provincia di Asti.
L’incontro è stato volutamente un dialogo, liberatorio e senza certezze, utile soprattutto considerando le posizionei di molti che, pericolosamente, sono privi di dubbi. In realtà il mondo in cui viviamo è carico di interrogativi, incertezze e, proprio per questo, sarebbe utile riflettere rispetto ai problemi con una mentalità più aperta e con la consapevolezza che, per ogni domanda, si devono tenere conto una grande quantità di informazioni prima di poter dare risposte (e sempre in modo provvisorio).
Nicoletta Fasano è partita proprio da una di queste su un mondo incerto e in attesa, prendendo spunto dagli articoli di Segre su La Stampa in cui sottolinea sia l’immobilismo ma anche il fatto che i centri di attenzione si siano moltiplicati amplificando il senso di attesa.
Ma qual è il mondo visto dall’osservatorio di Gabriele Segre?
Sicuramente è difficilissimo dare certezze ma si può certamente parlare di mondi perché la risposta dipende dal punto di vista e dalle persone a cui si pone questa domanda. Chi viene dal subglobale lo percepisce in crisi ma privo di grandi catastrofi. Stiamo parlando di una risposta che rappresenta circa l’ 80% della popolazione mondiale. Rappresenta la speranza delle giovani economie.
Al contrario, i Paesi globalizzati hanno perso tutte le certezze ma scricchiolavano già da tempo in un mondo formato dopo il secondo conflitto mondiale e maturato dopo la Guerra fredda. Era il mondo del diritto e della diplomazia che sembravano più forti della guerra e della forza. Oggi sono in crisi anche tutti gli organismi interzionali, svaniti nella loro efficacia.
“È morto – ha proseguito Segre - il mondo che ci raccontavamo e che vedava gli Usa come forza ordinatrice ed egemonica, capace di tenere un quadro eterogeneo ma coerente. Ci siamo trovati sprovvisti del burattinaio e del palcoscenico della storia che pensavamo infinito. Questo è il luogo in cui ci muoviamo, dove abbiamo scoperto che c'è mondo imprevedibile, che non risponde ai valori che credevamo e non mette più al centro la natura umana. Tutto questo ci sconcerta. La politica ha cercato di rendere prevedibile l'imprevedibile dell'umanità. Oggi abbiamo perso la capacità di fare politica e non abbiamo capito come fare senza di essa”.
Rispondendo a una domanda di Nicoletta Fasano sul chacchiericcio europeo che non si rinnova di cui scrive spesso, Segre ha sottolineato che si riferisce al fatto di non parlare di politica. Tutto questo non tenendo conto che il mondo è cambiato ma anche pensando di poterci rivolgere a leggi chiare, definite e applicate. In questo caso, si può chiacchierare senza bisogno di azioni che fanno seguito a ciò che si dice. Per questo non si riesce a dare una direzione.
In questo quadro, l’Onu si configura come la cornice narrativa di questo chiacchiericcio. Prima esisteva un ordine basato sul bipolarismo che dava (abbastanza) garanzie. Per il primo trentennio post bellico, ha funzionato e, pur con dei limiti, è riuscito almeno ad avere una comprensione comune per evitare il conflitto. Il mondo, poi, ha continuato ad evolvere con i movimenti post - coloniali, oggi attori internazionali, ampliando la platea dell'ordine mondiale e decretando la fine del bipolarismo.
Questi Paesi non accettano più il ruolo delle potenze vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale che, inoltre, hanno perso anche credibilità. L'incapacità di capire l'evolvere di un mondo diverso ha fatto perdere di autorevolezza all'Onu. Ci sono nuovi attori senza l’egemonia e la progetttualità di una cooperazione internazionale condivisa da tutti. Attualmente, l’Onu è vecchia nelle dinamiche ma anche nella comprensione del mondo e, fin tanto che non ci sarà un rinnovamento, non servirà a nulla.
In risposta a una domanda sulla creazione di uno Stato palestinese, Segre ha sottolineato che nelle ultime ore si è riunito un incontro a Parigi sul tentativo di portare avanti l'iniziativa francese dei due popoli e due Stati. Però non era presente nessuno Stato europeo ma tutti i più importanti Paesi arabi. Purtroppo l’Europa è svuotata di interesse e capacità. Questo, però, dice che la nostra soggettività geopolitica è limitata ed è molto poco interessante. Ne discende che, in quasi tutte le grandi iniziative contro le diverse guerre, non muove nulla perché non è in grado di dare un’impronta sensibile alle dinamiche in corso. L’ Europa fa fatica ad accettare questo ruolo di marginalità quando prima erava al centro ma propone le solite ricette e guarda il mondo allo stesso modo di prima. Purtroppo questo atteggiamento ha poca relazione con quello che è il reale ed è per questo inefficace.
Per quanto riguarda Francia e Germania vivono una profonda crisi, la prima innanzitutto a livello culturale e solo secondariamento economico.
Si scontra con la crisi di regime, ha perso identità, paga la perdita di egemonia e influenza concreta con le ex colonie. Non ha più un ruolo centrale nella politica e ora si trova a dover fare i contri con un debito enorme. Inoltre, una grave crisi demografica la mette in crisi con se stessa.
In Germania la crisi, al contrario, è stata prima economica. Aveva relazioni commerciali con Russia e Cina e molti settori non hanno saputo organizzarsi ed evolversi. In generale, non ha saputo leggere e reinventare il proprio ruolo all'interno dell'Europa ma è stata anche incapace di farsi forza della sua economia a livello politico.
Quindi, questi due attori fondamentali, hanno cessato il proprio ruolo e riflettono la crisi dell’ UE.
“Rispetto alla situazione della guerra a Gaza, questa è una giornata particolare e si affollano pensieri e prospettive. Però la cautela è d’obbligo ma l’entusiasmo di chi è partecipe a questa questione straborda. In realtà non si è ancora risolto nulla, tutto può cambiare in ogni momento però ci sono caratteristiche nuove. Non è un processo di pace (e a Parigi si discute di cose inesistenti) e parte da ciò che c'è. Si sentono tanti slogan, quello dei due popoli è meglio di un solo vincitore ma gli slogan non servono. Il piano Trump parte dai fatti. La situazione è catastrofica da tutti i punti di vista anche delle relazioni e dà una prospettiva ma non si parla di pace. Oggi, però, siamo vicini alla cessazione di una catastrofe. Certamente questo piano deve essere modellato a poco a poco, é popolato di trappole ed il diavolo sta nei dettagli: torneranno gli ostaggi? Non ci saranno incidenti?… Tutto potrebbe crollare a ogni istante. Ma il primo elemento nuovo è che c'è un piano. Forse è più facile scommettere sul fallimento ma io preferisco non farlo. Il secondo elemento importantissimo ed essenziale è la serietà dell'intento dei Paesi arabi. Non si tratta solo tra isrealiani e palestinesi e Usa. Per la prima volta, si deve investire di responsabilità e partecipazione i Paesi arabi che sono pieni di ambiguità. Ma oggi sono parte di un piano e hanno fatto un investimento politico. Perderebbero qualcosa nel fallmento. Non sappiamo le reali intezioni di Israele e Hamas ma degli altri sì e i loro interessi sono molto. Questo è un elemento nuovo che definisce realtà imprevedibili che però, per me, è positivo. Però rimangono forti tensioni rispetto alla lista e, se gli ostaggi non saranno liberati, il piano fallirà. Rispetto ai due Stati, bisogna mantenere la speranza per andare avanti ma chi si fa portavoce di un progetto politico che non c'è, uccide la speranza. Se bastasse solo una dichiarazione, la farei subito. Però continuare ad agire così, vuol dire usare le parole come chiacchiericcio. In questo momento, in Israele c’è grande speranza. Si tratta della possibilità di vivere, dopo mesi di disperazione, anche se con cautela e scetticismo. L'idea della fine di questo conflitto, che investe tutta la popolazione israeliana (con morti, soldati al fronte…), è fonte di gioia anche per i palestinesi” ha precisato Segre.
In relazione alla possibilità che le varie manifestazioni in Italia possano confluire in un movimento politico, ha detto che è difficile dare un giudizio definitivo e coerente perchè quelle piazze hanno tante cose al loro interno. Certamente, al di là di tutto, la grande partecipazione è stata genuina e autentica. La gente si è mossa per il bene in un mondo che non lo possiede più e che si proietta in modo tragico e drammatico su Gaza ma anche oltre.
La convinzione personale è che, pur terminando il conflitto, questa inquietudine non si fermerà perchè rappresenta il risveglio dall'illusione di un mondo che non esiste più. Di fronte all'incapacità di avere chiarezza e proiezione progettuale, la gente si è accorta che il mondo non era come veniva raccontato.
In tutto ciò, la politica è assolutamente assente, incapace di svolgere il suo ruolo forse perché pensavamo che non fosse necessario. Invece ora serve e sarà necessario molto tempo per ricostruirla.
“Rispetto alla narrazione di ciò che è accaduto, la società israeliana non ha potuto vedere quello che succedeva a Gaza. Per lungo tempo si è nutrito disinteresse e, forse, sarà una colpa collettiva ma è anche naturale rispetto a un popolo in guerra, che subito un trauma enorme che non gli ha permesso di comprendere quello degli altri. Non è un'attenuante, resta la responsabilità ma capisco. Rispetto al trauma di Israele, penso che ci sia stata solidarietà ma è finita. Dopo due anni, sono successe molte cose: i morti a Gaza sono tantissimi e milioni di altre persone soffrono. Questa è stata l’enorme capacità di Hamas di usare lo strumento della comunicazione. Non si è trattato di manipolazione dell'informazione ma di utilizzo cinico della verità. Israele, purtroppo, non ha saputo dimostrare al resto del mondo la logica che, per continuare a esistere, non può ammettere che alle sue porte ci sia qualcuno in grado di ripetere quello che è successo. La deterrenza è sempre stata alla base della vita di Israele ma, con il 7 ottobre 2023, è crollata. Questa ferita che è grande quanto il lutto e Israele ha dovuto rispondere a questo. Tutto ciò in Italia non si capisce ma lì sì perché, senza difesa, questo Paese cessa di esistere. In tutto questo, credo che siano ragioni valide sia da parte degli israeliani che dei palestinesi perché il mondo cambia a secondo della prospettiva con cui lo vedi e credo fortemente che sia importante tenerne conto. Per questo motivo non si potrà mai avere visione dei fatti uguale per tutti. Israele non ha colto che gli altri vedono il mondo diversamente e ha anche sbagliato nella comunicazione. In ogni caso, qualunque prospettiva che non parta da un giudizio definitivo aiuta” ha concluso Gabriele Segre.

Giovanna Cravanzola

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