“Tutti uguali, tutti diversi” è la sintesi dell’art. 3 della Costituzione italiana. Ma la pensano davvero tutti così? “Classificare, separare, escludere” (Einaudi) di Marco Aime affronta una serie di temi che, partendo dalla classificazione, portano spesso all’esclusione e al razzismo. L’autore ne ha discusso in videconferenza con Marcello Pasquero il 22 novembre 2024.
L’incontro è stato promosso da Polo Cittattiva Astigiano Albese – I.C. S.Damiano, Museo con Comune di Cisterna, Israt, Ass. “F. Casetta”, Lib. "Il Pellicano" e Aimc di Asti. La videoconferenza è
organizzata in attesa dell’ 80esimo anniversario della Liberazione, in ricordo dei partigiano Franco Casetta, in occasione dell’ 80esimo anniversario della sua morte, e Giacomo “Rino” Rossino nel centenario della sua nascita.
Marco Aime, già docente di Antropologia culturale all'Università di Genova, è autore di studi sulle popolazioni alpine e sull’Africa, oratore molto apprezzato e seguito in diversi contesti culturali, ha pubblicato numerosi saggi di studi antropologici. Di pietre, di sabbia, di erba, di carta (2024) è il suo ultimo libro.
Marcello Pasquero è giornalista de “Il corriere della Sera”, direttore Responsabile presso Radio Alba, direttore della Fondazione “Radici”.
A partire da Limneo fino ad arrivare a una visione di mondo che cerca di allontanare chi riteniamo diverso da noi e, quindi, pericoloso.
Marcello Pasquero ha iniziato l’incontro partendo dal titolo, se classificare e separare non hanno sempre accezioni negative, come si arriva poi ad escludere? La classificazione – come ha sottolineato Aime - nasce come modello scientifico con Limneo che ne è il padre. Arriva a classificare le diverse razze attraverso il colore ma attribuisce tutti gli elementi negativi a quelle non bianche/caucasiche. All'inizio questa classificazione nasce come modello scientifico. Purtroppo, le cose mutano quando si spostano sul piano dell'azione creando anche separazioni terriitoriali come l’apartheid e lo schiavismo. Prima di diventare razzismo, però, l’dea di una classificazione dell’umanità fa sì che si individuino delle differenze che non sono culturali ma “naturali”, capaci di determinare i comportamenti dell’uomo.
Ma escludere è una necessità per l’uomo?
“Non è sempre così ma è una malattia l'etnocentrismo. Si tratta di un atteggiamento per cui ogni gruppo si pone al centro e giudica gli altri sulla base del proprio metro. Ad esempio, gli etnonimi - cioè le parole con le quali i gruppi si nominano - spesso hanno il significato di uomini. Ad esempio, i nomadi del deserto che chiamiamo Touareg non usano questo termine per definirsi - per loro è dispregiativo - ma Amajagh che significa uomini liberi. Gli uomini hanno la necessità di definirci per tracciare un confine. Oggi, tutti i confini sono invenzioni di cui abbiamo bisogno ma è un’arma a doppio taglio. Infatti, definendoci perdiamo la possibilità di farlo in un altro modo. Inoltre, esistiamo solo perchè esiste l'altro. Tutti i popoli hanno usato delle definizioni. I romani chiamavano barbari gli stranieri che non parlavano bene il latino ma era una differenziazione culturale e non naturale. Il confine culturale può essere superato ma quando tutto si pone dal punto di vista biologico ciò è impossibile perchè non può essere cambiato. In questo modo si condannano le persone. L’etnocentrismo costruisce una comunità dove, però, non è detto che all’interno si sia più uguali di quello che siamo fuori. Il passaggio all’esclusione è quando ci si sposta a un confine fisso e immutabile” ha proseguito Aime.
A questo proposito, Pasquero ha parlato del suo recente viaggio in Kenia, in un ospedale situato su un altipiano dove la società è rurale. In questo caso, i visitatori bianchi venivano chiamati mzungu, cioè uomini bianchi, che è un termine dispregiativo che nasce con la storia coloniale. “I bambini - ha detto Paquero - ci toccavano per sentire la nostra diversità però lo facevano in modo positivo. Quando nasce nell’uomo la paura del diverso?”.
“I bambini - ha chiarito Aime - classificano su altre basi e non è innata la distinzione basata sul colore della pelle ma è culturale. Gli occidentali hanno associato attributi negativi al colore nero ma non siamo razzisti per natura. Mio padre non ha mai detto di essere razzista ma non ha neppure mai parlato in termini razzisti. Il razzismo viene anche trasmesso attraverso le discussioni. Questa è la speranza del futuro. Gli italiani non hanno mai avuto esperienza con l’altro perchè gli altri eravano noi. A scuola, eravamo tutti bianchi e cattolici. Oggi c’è l’incontro con l’altro già all’inizio dell’esperienza scolastica e per i bambini è la normalità perchè non hanno ancora costruito la figura del diverso sbagliato”.
Come ha sottolineato Marcello Pasquero, la prefazione del libro invita all’attenzione rispetto ai temi trattati e cita un ammonimento di Primo Levi. Un saggio che il prof. Aime avrebbe preferito non dover scrivere ma che era, purtroppo, necessario. Chi è nato nel dopoguerra si era illuso che il tema del razzismo fosse ormai destinato agli scaffali della storia. Invece, oggi, il razzismo è diverso nella forma ma non nei contenuti. Dopo la scoperta del dna, non si usa più il termine razza ma cultura pensando che sia immutabile. Le destre contemporanee capovolgono questo paradigma: ogni popolo ha diritto alla sua cultura, se la culture si incontrano si contaminano (in termini negativi). Pertanto meglio che ognuno resti a casa propria come nell’apartheid.
“Ma perchè difendere la propria cultura? Per la purezza che ha causato 6 milioni di morti? Tutto ciò è il rifiuto della storia perchè il meticciamento (di spermatozoi e idee) è intrinseco a tutte le vicende dell’umanità. Per questo motivo, sarebbe difficilissimo capire qual è il grado zero della nostra cultura. Però viene usato lo scontro civilità non per comporre ma per creare scontro. I termini sono molto importanti. Quando concediamo la cittadinanza a uno straniero, diciamo naturalizzare come se la natura ci attribuisse un passaporto quando, al contrario,tutto ciò è una costruzione culturale. Siamo in italiani per caso, non scegliamo dove nascere” ha precisato Aime.
All'inizio del 2000, si sentiva che l'italia stava per entrare nel futuro forse perché, fino ad allora, non c'era mai stata una grande immigrazione. Oggi il razzismo crescente va di pari passo con impoverimento culturale e altrove?
Certamente si legge e si fa poco. Inoltre l’Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato e continua a ripeterlo. Non ci ricordiamo le nostre migrazioni e non vediamo che, dal 2016, sono più gli italiani che emigrano che gli stranieri immigrati nel nostro Paese ma l'impoverimento culturale deriva anche dai messaggi politici.
I lampedusani - ha detto Aime – non si lamentano degli immigrazione mentre lo fanno coloro che abitano in luoghi lontanissimi dalle zone critiche. Non li consideriamo uomini ma numeri e diciamo sbarchi e non approdi. Gli abitanti di quest’isole, invece, vedono in faccia le persone, vivono il mare e anche il rischio. Definiscono cristiani tutti quelli che arrivano, a prescindere dalla rispettiva religione e alcuni sostengono che in mare si devono salvare le vite di tutti, anche di coloro che sulla terraferma non ci piacciono. Non è una questione di scelta ma di dovere. Per questo le narrazioni sono importanti perché sono capaci di far riflettere sui propri punti di vista e su quelli altrui.
Diversa, quindi, questa prospettiva rispetto a quella che parla di emergenze.
Di certo tutto questo avviene in un momento di crisi e impoverimento a livello europeo ed è qui che si genera il corto circuito.
Si è individuato nello straniero la causa dei nostri mali che, al contrario, andrebbero individuati nel modello economico. Questo ha creato nuova narrazione. Inoltre, con la caduta del Muro di Berlino, sono venute meno tutte quelle del ‘900. Proprio a fine anni ‘80, nascono i movimenti localistici che guardano al passato, non al futuro come la politica attuale che non progetta più. Forse solo la Cina è rimasto l’unico Paese a farlo. Questa ricerca di identità continua ed esasperata non ci fa ricordare che non abbiamo solo radici ma anche piedi. L’uomo è in continuo movimento e, con la riduzione del potere economico, è normale costruirsi un nemico.
“ Ma chi è discriminato, discrimina?” ha chiesto Pasquero.
Sembra incredibile ma, oggi, i più razzisti e pieni di rancore sono i vecchi migranti. In Liguria, ad esempio, la comunità pachistana ha votato per la destra e quelle provenienti dai Paesi dell’est, essendo reduci da dittature comuniste, non voterebbero mai per la sinistra in Italia. Poi alcuni ragionano in termini etici o di umanesimo. Altri, invece, sostengono che, dopo aver raggiunto una posizione nel Paese di arrivo, non vogliono perderlo a causa dei nuovi arrivati ed è così che si discrimina.
Questo, ad esempio, è accaduto in Sudafrica dove oggi, dopo la segregazione, c’è un conflitto sociale tra neri. In ogni caso, ogni situazione deve essere analizzata singolarmente e alcune situazioni non sono solo dettate da scelte di difesa ma anche per paura di ciò che non si conosce.
In questo contesto, nonostante tutto, molti si riconoscono come fascisti ma nessuno ammette di sentirsi razzista.
“Molto probabilmente – ha proseguito Aime – chi lo è non se ne accorge. Vale come per l’aforisma che recita: “Essere morti è come essere stupidi. Se ne accorgono solo gli altri”. C'è un razzismo di cui mi accorgo sul treno dove il controllore dà del tu all'immigrato. In effetti, vengono controllati e fermati di più gli stranieri ma esistono anche episodi al contrario. Ad esempio, a Treviso molti lavoratori immigrati che hanno acquisito al cittadinanza, votano per la lega e stimano molto i loro datori di lavoro leghisti. Sono razzisti… ma solo con una mano. Spesso si è razzisti perché non ci si conosce. Il web avrebbe potuto essere un’opportunità ma ha creato solo bolle e questo è, purtroppo, un limite. Parliamo con altri noi stessi ma sarebbe bello e proficuo avere un dialogo con qualcuno che la pensa diversamente da noi. La rete potrebbe essere uno strumento di comunicazione eccezionale ma ha sdoganato qualsiasi violenza verbale perché chi scrive è tutelato dall’ identità nascosta. Per mancanza di cultura, e per questa forma vigliacca di proporsi, è un ostacolo e, soprattutto, non crea dibattito. La divergenza di opinioni è il sale della democrazia e in rete di sono le comunità reali. Purtroppo non ha portato un confronto. Traspare solo una competizione politica e non un dibattito serio perché l’immigrazione viene trattata in modo ideologico o strumentale perché o si dice di cacciare tutti gli immigrati o, al contrario, di accoglierli tutti dimenticandosi, però, di dire praticamente come fare. Invece questo tema dovrebbe essere affrontato pensando che l’Africa è il bacino della gioventù mondiale e l’unica cosa che si deve fare non è ostacolare l’immigrazione ma gestirla. In fondo, è sempre stato così. L’IA, che costruisce percorsi su dati umani, potrebbe dare un contributo enorme rispetto a questi aspetti ma dipende da come viene utilizzata. Consola un fatto che, per ora, non può creare nulla da zero. Non ha fantasia e creatività. Non si può fermare ma bisogna gestirla e cambierà il rapporto con il sapere che sarà sempre meno dentro ma sempre più fuori di noi. Un tema su cui bisogna riflettere. Ci stiamo allontanando dalla biosfera per entrare sulla tecnosfera che è controllata da pochi ma tutto ciò quanto è compatile con la democrazia. Ci saranno sempre dei pregiudizi ma dobbiamo ricordare che Ulisse era uno straniero ma è stato accolto. Tutto dipende da educazione, istruzione e conoscenza perché più si conosce e meno si cade nella trappola del razzismo. È una gabbia dalla quale bisogna uscire. In Africa esiste il ‘Metodo della relazione scherzosa’: ci si incontra e insulta scherzosamente partendo da stereotipi ma, alla fine, ci si abbraccia. È un modo molto intelligente di relazionarsi che non nasconde ma esalta la differenza perché noi conviviamo in essa e siamo tutti uguali ma diversi”.
Gli anticorpi per costruire un mondo plurale ci sono, basta metterli in atto. Come insegna la biologia, una cellula muore senza uno scambio continuo con l’esterno e questo vale anche per l’umanità.
Giovanna Cravanzola